L’estate è ormai terminata. O meglio il suo mese principe.
Se non sopportate Lady Gaga e il Waka waka ma rimpiangete le estati dei tormentoni musicali di Sandy Marton, la Macarena il Chihuahua, le Las Ketchup e il sole cuore amore della Rossi, l’estate del 2010 ci lascerà il vero tormentone dell’estate:
Gli anni ’90 sono stati di transizione per la musica mondiale. Solo se ti chiamavi Madonna o U2 potevi stare tranquillo che avresti salutato a testa alta il nuovo millennio. Tutti i grandi gruppi degli anni ’80 non hanno resistito ad un’ondata di meteoriti che hanno arricchito il panorama musicale planetario confermando nuovi generi nati nel decennio prima (punk, hip pop su tutti). Duran Duran, Michael Jackson, Spandau Ballet e chi più ne ha più ne metta.
In quegli anni poi, più che negli anni ’80, abbiamo assistito ad una serie di stelle dall’esordio prorompente ma che non hanno saputo confermarsi al secondo tentativo, scomparendo completamente dalla circolazione. Basti ricordare i 4 No Blondes (rock), Shola Ama eToni Braxton (R&B), Spin Doctors e Public Enemy (rap), Nirvana e Guns (rock/metal) per non parlare di certi gruppi dal successo stratosferico poi scomparsi o che hanno dato vita a fior di solisti (Cranberries, Enya, No Doubt, Take That e Spice Girls…).
In Italia abbiamo avuto più o meno lo stesso destino. Resistevano i Vasco Rossi, i Ramazzotti e i Ligabue. Jovanotti stava cambiando la sua muta da cazzaro, con una veste più impegnata non soltanto musicalmente mentre degli 883 ci si chiedeva solo che lavoro facesse Mauro Repetto.
Erano gli anni ’80. C’erano i paninari con le loro Timberland e i loro Montclair smanicati, anche a ferragosto. C’era il cinema degli anni ’80, c’erano i cool Andrew McCarthy e Rob Lowe, lo sfigato per eccellenza Anthony Micheal Hall e la principessina che tutti amavano per la sua innocente dolcezza, Molly Ringwald.
C’era la musica negli anni ’80. Ragazzi che Musica! Duran Duran, Spandau Ballet, Tears for Fears, Wham! e mille altri fenomeni che hanno segnato la storia della musica mondiale, quasi tutti americani e inglesi. E poi c’era un’italiana: Sabrina Salerno.
Facciamo un passo indietro nel tempo. 1991.
In Finlandia parte la prima chiamata su rete GSM, nasce l’Unione Europea con il trattato di Maastricht e il mondo piange la scomparsa di Freddie Mercury. Ma il 5 settembre del 1991, gli adolescenti italiani tra gli 13 e i 17 anni in piena età puberale, incontrano le ragazze di Non è la Rai.
Da un’idea di quel Gianni Buoncompagni che con Arbore e la Carrà scrisse tra le pagine più importanti della radio e televisione italiana (la RAI), duecento ragazze tra i 14 e i 24 anni ridono e ballano tra le 14 e le 16 di ogni pomeriggio. Intrattengono il pubblico con canzonette e balletti di gruppo, rispondono alle lettere dei fans e mandano bacini alle telecamere.
Un fenomeno di costume televisivo senza pari. Una vetrina senza senso di giovani e future starlette in cerca di fama, abili cantanti in playback con voce prestata dalle cantanti di professione che forse non bucavano abbastanza lo schermo. Non c’era malizia, non si parlava di sesso o di tradimenti, non ci si arrabbiava e, soprattutto non ci si inventava delle storie interessanti e scabrose per finire in tivvù. Moltissime di loro ce le ritroviamo oggi, a distanza di 17 anni, a fare le vallette, le attrici, le cantanti (questa volta vere).
Su Italia1, c’era un bel programma chiamato Meteore. Durata diverse edizioni e usata perlopiù come tappabuchi stagionale, la conduzione è passata di mano in mano fino a raggiungere l’apice con Gene Gnocchi e Giorgio Mastrota. Il plot era piuttosto semplice: scovare quegli artisti e cananti che ci hanno fatto divertire, sognare e innamorare giusto il tempo di un’estate o poco più (loro malgrado). Costoro sono chiamate Meteore.
Senza andare a scomodare gioie e dolori degli anni ’80, ripeschiamo quattro artisti del decennio successivo. Quegli anni ’90 in cui lo scopo primordiale era quello di dimenticare l’ondata kitch e stravagante del periodo precedente e portarci senza troppi sconvolgimenti nel nuovo millennio. La musica abbandonava l’elettronico per tornare all’acustico e all’unplugghed. Periodo difficile per i non talentuosi (Take That & co. a parte).
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