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L'antesignano del Reality Show

Ormai da quasi una decina anni nelle nostre menti persiste la concezione di reality show. I vari format televisivi, in tutti i modi e in tutte le forme, si sono affrontati in questi anni a suon di dati auditel. Iin questi ultimi mesi stanno proliferando reality show che non c'entrano nulla con nominati e lode ai vincitori, sono video di pochi secondi, che immortalano delle situazioni in cui il protagonista è colto, anche a sua insaputa, in un momento difficile, drammatico o umiliante.
I moderni videofonini come cattura-momenti e il web come distributore, hanno reso di grande attualit\'88 alcuni filmati. Si va dagli atti sessuali o violenti nelle scuole (come qualche giorno fa ha evidenziato il Martini), alle condanne a morte in Iraq fino alle foto degli ultimi istanti di vita delle principessa Diana.
Forse non tutti sanno che in questi giorni ricorre il ventiseiesimo anniversario del più feroce, stomachevole, orrendo reality show della storia della televisione Italiana. Il primo che sia mai stato messo in onda. L'11 giugno del 1981 a Vermicino, nelle campagne romane, un bambino di sei anni, Alfredino Rampi, cadde in un pozzo. Il fatto, per quando grave, divenne l'evento del secolo.

In quella tarda primavera, in Italia, l'attenzione pubblica era rivolta verso altre situazioni, l'ennesima crisi di governo, l'attentato al Papa e l'ascesa della P2, ma da quel pomeriggio il Tg1, allora unico telegiornale italiano, raccontò, con un'edizione straordinaria di sessanta ore, (due giorni e mezzo!) e un ascolto medio approssimativo (l'auditel non era ancora stato inventato) di circa venti milioni di spettatori incollati allo schermo. Giornalisticamente, la diretta ordinata dall'allora direttore Emilio Fede (lo stesso che ancora oggi si vanta di aver annunciato per primo in Italia lo scoppio della guerra del Golfo) poteva essere un fatto di cronaca con lieto fine certo nel giro di poche ore. Ma nessuno poteva sapere che col passare dei minuti, la situazione per i soccorritori, per i genitori e per quel povero bambino, stava diventando davvero drammatica. Per tirarlo fuori da quel pozzo si usarono i metodi più improbabili, come costruire un tunnel parallelo senza sapere che le vibrazioni avrebbero fatto cadere il bimbo ancora più in fondo, oppure mandare nel pozzo a testa in giù degli speleologi, che avrebbero dovuto resistere ed operare col sangue alla testa. Insomma un vero circo mediatico, con a pochi metri dal luogo della vicenda il venditore di bibite e panini.
Incredibile! Un involontario reality che dopo sessanta ore vide l'annuncio, da parte del medico legale che per il piccolo Alfredino, ormai, non c'era più nulla da fare. Tutto rigorosamente in diretta.
Per quanto gli intenti di ieri siano stati lodevoli (far partecipare un'intera nazione al dolore di una famiglia) fin dove si spingerà la smania di vendere il dolore e la compassione attraverso il tubo catodico?