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Le 5 fasi del dolore: Negazione

Fired!
Venni assunto il 6 ottobre 2008 da una multinazionale francese, leader in Europa nei sistemi di sicurezza informatica e tutela dei dati sensibili. Il mio compito era quello di contattare le PMI della zona e proporre loro un’irripetibile offerta di partnership con il grande gruppo che rappresentavo. Fissato l’appuntamento (quando capitava), salivo a bordo della Smart d’ordinanza e sfrecciavo verso la chiusura istantanea del contratto. Oltre alla già citata auto aziendale, la grande famiglia mi ricompensava con un cellulare, rimborsi spese per vitto e spostamenti, e uno stipendio da 1487,00 euro più le provvigioni ai contratti stipulati. Avevo trovato l’America.
Il mio direttore, un francese inamidato poco più vecchio di me che ha ottenuto tale posizione grazie a suo cognato (il presidente di tutta la baracca!) aveva quell’atteggiamento da yuppie che proprio non riuscivo a sopportare. Aveva l’abitudine di chiamare telefonicamente ogni impiegato per caricarlo e motivarlo. “Un pensiero gentile” direte voi. Una tortura inflitta con crudeltà inaudita pensavamo tutti. Le telefonate mattutine, il modo di porsi, di motivare e di stimolare ricordavano il “Manuale del giovane dirigente” degli anni ’80, quello che Sergio Vastano all’epoca del Drive In e della Bocconi santificava come un vangelo.
Un bel giorno, il 17 novembre dello stesso anno (quarantatre giorni dopo!) il giovane dirigente mi chiama come ogni mattina dandomi appuntamento in ufficio. Una cosa strana pensavo. Quel giorno infatti tutti noi eravamo disseminati per Milano alla ricerca di contatti e potenziali clienti. Quindi entrai in un ufficio vuoto, come fosse una domenica mattina ricevetti la consueta stretta di mano, frasi di circostanza, un caffè e poi la chiaccherata amichevole.
- Lui: “Sai, ti ho osservato molto in questo ultimo periodo. E sono giunto alla conclusione che potresti trovare la felicità da un’altra parte”.
- Io: “Non capisco... Mi manda in una filiale all’estero?
- Lui: “No!” - “Io ho intuito per queste cose. C’è chi è bravo in questo lavoro e chi no. E tu non lo sei”.
Dopo un’infruttuosa scenata consegnai le chiavi della Smart, il telefono, l’agenda e i miei appunti ritrovandomi sulla linea 2 della metropolitana in giacca e cravatta e in mano un sacchetto dell’esselunga con dentro i miei effetti personali.
Pensai di tutto in quel lungo viaggio. Pensai ad uno scherzo, ad un brutto sogno. Pensai addirittura di essere stato messo alla prova dalla mia azienda, un test. Pensai che prima o poi avrei ricevuto la chiamata da parte del presidente in persona per scusarsi del malinteso.
Non avvenne niente di tutto ciò. Ero stato licenziato. I miei sogni di carriera infranti. Le mie speranze tramutate in illusioni e poi bruciate come l’auto e la casa del mio direttore, in un tragico incidente avvenuto solo nella mia fantasia.
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Ho visto la luce!

Pare che dopo otto anni di peccati e di lavoro al servizio di Satana, qualcuno abbia voluto inviarmi un segnale indicandomi dove avrei dovuto trascorrere il mio sabato e la mia domenica.
Sabato sera, il mio luogo di perdizione e peccato l’ho trascorso all’oratorio. Lo stesso in cui sono cresciuto.
La molla che mi ha spinto a varcare nuovamente il cancello dopo quasi vent’anni, è stata la serata del gruppo in cui canta la Dany. Vederla e sentirla è sempre un piacere e quando mi ha detto che si sarebbe esibita in un posto così importante per me (nel bene e nel male) non ho potuto resistere.
Immediatamente mi sono affiorati i ricordi più piacevoli. Il posto dove parcheggiavo la mia bicicletta, il campo da calcio degli Azzurri dove ho sgambettato con i primi palloni e quella giostra un po’ imboscata dove... dove... beh, insomma, dove gli altri muovevano i primi passi.
Nulla era cambiato. Nemmeno le facce. A gestire la pesca di beneficenza c’era sempre l’Ambrogia. La stessa che mi faceva scegliere i premi da 1000 lire prima di pescare per poi farmi vincere l’ambìto giocattolo (un po’ come faceva Moggi con gli arbitri della Juve). Ho sempre sostenuto che la corruzione si manifesta sempre nei luoghi più insospettabili.(continua qui...)
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La fine di un'era

Ebbene si. È finita. È durata tanto questa avventura, otto lunghi anni.
Per otto lunghi anni la gente ha mostrato verso di me svariate reazioni nell’apprendere il mio apporto verso l’economia di questo paese. Qualcuno mi ha invidiato, qualcuno si è incuriosito, in tanti mi hanno (pre)giudicato e non pochi mi hanno evitato dopo averlo saputo.
Quando dici di lavorare in un Sexy Shop devi sempre pensare che chi ti sta ascoltando nella maggioranza dei casi non ha mai visto un negozio del genere. Quello che conosce sono solo una serie interminabile di luoghi comuni e pregiudizi. Pregiudizi, che poi diventa facile accomunare anche a chi ci lavora.
Non ho mai rivelato in questo sito la mia occupazione. La gente, anche se non lo ammetterà mai, ha il tremendo vizio di giudicare la gente per il lavoro che fa. Se sei un impiegato di un ente statale sei un raccomandato, se sei un insegnate sei un talento sprecato e se sei un carabiniere, invece, si inventano le barzellette su di te. Secondo l’ignoranza collettiva, i commessi di sexy shop sono suddivisi in due categorie: gay e viscidi pervertiti. E non essendo gay...
Otto anni fa accettai questa avventura. Stavo ancora facendo gli esami di maturità quando qualcuno mi offrì l’opportunità di lavorare in un negozio. Conoscevo molto bene quella persona e sapevo che quello che mi stava proponendo era una proposta reale e seria, e l’idea mettermi dietro un bancone assieme a degli amici come nel film Clerks mi entusiasmava molto.
Il lavoro era bello. Due turni (mattina e sera) che mi permettevano di svegliarmi ad orari ragionevoli e che non condizionavano di troppo la durata e la qualità delle mie sertate. Al di là dell’afflusso di clienti di cui mi occupavo, avevo parecchio tempo da dedicare ai passatempi più disparati: il Blockbuster dall’altra parte della strada mi aiutava a tenermi aggiornato sul mercato dell’home video più tradizionalista, un computer connesso ad internet (successivamente wi-fi) garantivano la possibilità di continuare a gestire i miei traffici sulla rete (compreso questo sito) e il cavo antenna appeso al controsoffitto e collegato alla TV, mi ha regalato parecchie soddisfazioni non facendomi perdere nemmeno un episodio dei Simpson. Immaginate di fare tutto questo ed essere pure pagato (bene). Chi lo mollerebbe più questo lavoro?(continua qui...)
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Nuova Gallery: grigliata a casa di Marco

Per chiudere l’estate vacanziera di coloro che in vacanza ci sono stati per davvero, sabato sera Marco ci ha invitati a casa sua per una grigliata.
Una serata tipica, con le costine e le salamelle condite con del buon vino a spruzzo (un po sulla carne, un po’ nella mia bocca), tanta birra e tanti ammazzacaffè. L’occasione ideale per dare il benvenuto ufficiale tra gli amici del Martini alla Dany, la Lety, Mauro e Isa, Marco, Andrea i piccoli Nicholas e Patrick tutti reduci dallo splendido gruppo che si è formato giocoforza frequentando tutti il Sax Cafè di Lissone.
In effetti avrei voluto inserirli prima questi amici ma il mio impegno sul sito è vacillato parecchio in questi mesi (immagino ve ne sarete accorti) e così l’unica occasione per scattare qualche foto al di fuori del solito luogo di incontro è stata questa.
Rimango in attesa (perenne?) delle foto di Dany che ha scattato anche in altri frangenti per poterne inserire di più. Nel frattempo godetevi queste.

Grigliata da Marco

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What Else?

Mi trovo a casa mia. Noto che la presa del telefono dietro il divano si sta surriscaldando. La osservo mentre una piccola fiammella si accende bruciando il cavo del telefono. non potendo buttarci sopra dell'acqua, mi limito a soffiarci sopra. Uno, due, tre volte e riesco a spegnere quell'accenno di incendio. Pericolo scampato.
Prendo il telefono per avvisare mio padre (ex impiegato Telecom) per chiedergli qualche consiglio sul da farsi. Non che le operazioni possibili siano molte, ma è un modo per condividere il mio problema nella speranza che lui sappia come comportarsi.
Afferro il telefono con decisione. Un vecchio SonyEricsson T68 identico a quello che avevo qualche anno fa. Sto per comporre il numero quando mi arriva una chiamata sullo stesso cellulare. Il numero non è privato. Sul display appare chiaramente il nome e cognome di chi mi sta chiamando. Ho un attimo di esitazione. Il nome che mi è apparso non lo conosco. Non l'ho mai sentito e nemmeno è presente nella mia rubrica. Come fa ad apparirmi? Qualcuno l'ha inserito? Chi è Elsa Dekanter?
(continua qui...)
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Ciao Gianfrà'

Tra le domande tipo che si possono fare ad una persona, le più frequenti sono "Quali disco porteresti su un isola deserta?", "Cosa saresti disposto a fare per 1 milione di euro?", "Per quale celebrità faresti ogni tipo di follia" e "Con quali persone vorresti trovarti in una stanza a discutere su tutto ciò che ti passa per la testa?".
Alla prima risponderei con Dark side of the moon dei Pink Floyd; per 1 milione di euro farei di tutto (TUTTO); e la celebrità per cui farei follie è Britney Spears (non certo per le sue doti canore).

Di lui si è detto che era un Signore (notare la S maiuscola) coatto e mai banale. Per me invece è sempre stata una figura inquietante. Il suo modo così possessivo del mezzo della televisione era fuori da ogni schema. Sembrava un predicatore per come pretendeva l'attenzione, non solo del pubblico in sala ma anche di quello a casa. Memorabile quando ai tempi della televisione a mezzogiorno, chiedeva le telecamere con un suggestivo (e imitatissimo) "damme la 2". Assomigliava terribilmente al mio dentista. Odioso e sanguinario chirurgo odontoiatrico che non finiva mai di parlare del suo camper. Che per inciso, gliel'ha pagato la mia famiglia. E questo contribuiva a rendermelo inquietante.(continua qui...)
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Arieccomi qua

Eccomi qua di nuovo, sano e salvo di ritorno dalla Finlandia. Sono stati tre giorni intensi e parecchio stancanti.
All'arrivo ad Helsinki (alle 3 del mattino) avremmo dovuto aspettare fino alle 14 che ci venisse consegnata la stanza ma grazie alla nostra patetica dormita nella hall dell'albergo (e i miei accenni di "russo") i finlandesi si sono arresi alle dure leggi della burocrazia ed hanno convenuto che sarebbe stato più elegante per l'albergo darci la stanza qualche ora prima.
Le attività da fare in tre giorni ad Helsinki non sono molte ma armati di guida turistica abbiamo girato la città in ogni angolo. Non c'è caffè in cui non siamo stati, ad ogni sosta ci bevevamo una tazza di kahvi, il loro modo di intendere il caffè. Per chi come me adora il caffè solubile servito in abbondanti tazzone, il kahvi non può non piacere (me ne sono bevuti fino a otto in una giornata), ma, per chi come Gigi il caffè si deve bere in una tazzina, il kahvi è un'esperienza bel lontana dal definirsi caffè. Ecco che quindi il calabrese preferiva spendere fino a tre volte tanto per un caffè pur di bere un espresso, continuando a lamentarsi fino all'inverosimile. (continua qui...)
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Nuovi Mamma e Papà

Un augurio specialissimo a Terry e Lele che questa mattina alle 3 hanno dato il loro primo abbraccio al piccolo Edoardo. Il pupo, nato quindici giorni prima, pesa 3,4Kg ed è in piena salute.
A sentirli sembra che abbiano ritirato l'auto nuova dal concessionario. Credo che ci vorrà ancora qualche giorno prima che si possano rendere conto della bella cosa che hanno fatto.
Foto ancora non ne ho, ma vi rimando al sito di Lele dove poter quantomeno apprezzare le ecografie.
Ricordo ancora quando la Terry ed io seguivamo banco a banco le lezioni di Cafiero e la sua "via consensuale" (chiedere a lei per delucidazioni). O quando a Cesenatico, con la Tipo bordeaux targata Torino di Lele, siamo stati fermati per un controllo di routine dai Carabinieri, fino a quando a Gigi non è scappato un rutto d'antologia in faccia all'appuntato e il controllo divenne un tantino più puntiglioso.

Dopo aver passato gran parte delle nostre vite assieme, è bello vedervi insieme e pensare che in quel piccolino ci sia un po' di ognuno di noi. Volenti o nolenti.
Auguri ragazzuoli.

P.S. Ho avvisato mia madre che non ha perso l'occasione di rimproverarmi perché ancora non l'ho resa nonna. E vi saluta tanto.
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Deficiente patentato

Uno dei principali segnali che scandiscono senza pietà l'avanzamento del tempo è il rinnovo della patente di guida. Dopo dieci anni dal conseguimento dall'esame più atteso della vita di un ragazzo, il ministero dei trasporti vuole che ci si presenti per rinnovare quel pezzetto di carta (o plastica) che ci permette di circolare e pagare la nuova Ecopass.
La prassi in realtà è molto semplice. Bisogna andare in autoscuola per avviare la pratica o saltare direttamente all'ACI, dove potrete anche prendere al volo l'appuntamento col medico per la consueta visita di controllo. Solo questa operazione vi vedrà sfilare dal portafogli la modica somma di 50 euro. Non male per ottenere un adesivo di 3 millimetri da applicare sul documento.
Ma la vera chicca avviene dal medico stesso. Arrivati in uno studio dentistico (a Lissone è così) mi attendono tre (!) medici. Comincio a pensare che forse si tratta di qualcosa di una semplice visita di controllo. Già mi aspettavo chissà quali esami. Il primo medico mi fa sedere e mi pone delle domande di rito:(continua qui...)
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Parliamo di foto

A grande richiesta, mi tocca pubblicare le foto di Barcellona.
Come al solito non troverete le mie apparizioni e tantomeno Barcellona. Tra playa e movida l'unica cosa che sono riuscito a vedere è la casa di Gaudì perché ci sono passato col taxi.
Vorrà dire che a Barcellona sarò costretto a tornarci quando le distrazioni marittime non mi sedurranno. Chi viene con me?

La pagina delle foto di Barcellona, la trovate pigiando qui.

Non ho visto arrivare nessuna foto della vostra estate. Le cose sono due: o non me le avete inviate o io ho sbagliato qualcosa nella creazione della mail. Infatti non mi arriva più niente neanche da me stesso. Quindi facciamo finta che la colpa sia solo mia.
Non so come risolvere il problema perciò vi chiedo, se potete (e volete) di (re)inviarmele all'indirizo martini@ilmartini.com.
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Tutta una notte.

Mi ricordo ancora quando la conobbi. Eravamo entrambi giovanissimi. Lei era agli esordi della sua carriera, io, anche se del tutto diversa, avevo appena cominciato il mio attuale lavoro. Ci incontrammo così, quasi per caso, in una via del centro di Milano. Lei, cercando di nascondersi per non essere riconosciuta, camminava a testa bassa, voltandosi in continuazione credendo che qualcuno la stesse seguendo. Inevitabile lo scontro. Le chiesi se stesse bene e lei mi rispose con voce tremante. Faceva freddo ma, probabilmente, aveva appena pianto.
Solitamente non ho tutto quel coraggio, ma la invitai a prendere un caffè. Lei accettò. Passai tre ore a parlare con lei. Di amore, di religione, di politica. Di sport, anche se non parlavamo dello stesso. Furono tre ore magnifiche.
Ricevette una telefonata. Il suo ragazzo la stava chiamando dall'altro capo del mondo, arrabbiato perché sarebbe dovuta tornare tre giorni prima. Lei non l'amava più. Ma nella sua vita aveva già fatto troppi errori per poterne commettere degli altri. Soprattutto per una nella sua posizione. Le presi la mano e la portai via da quel bar. Corremmo sotto un'incessante pioggia che nel frattempo cadeva dal cielo grigio sopra il Duomo. Vidi un taxi, e lo prendemmo al volo.(continua qui...)
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