Me ne stavo seduto al bancone del Sax degustando il mio tradizionale Martini Sax Menu da € 6,80 (caffè, birrra e Cynar), quando arriva Gigi con grandi notizie. Mi dice di avere “tra le mani” una giovane ragazza sui vent’anni con la quale però non aveva trovato la giusta affinità. I gusti di Gigi in fatto di donne li conoscevo bene. Di solito sono giovani, pisellabili e con la giusta dose di cafonaggine.
Memore della piacevole serata passata qualche settimana prima nella grande mela, suggerisco al mio compagno di merende di organizzare un blind date. E dopo aver perso 15 minuti a spiegargli che le bende per coprirsi gli occhi non c’entravano nulla, detti lui il mio consenso a dare a lei il mio numero di cellulare.
Passarono un paio di giorni quando ricevetti la chiamata della mia potenziale bella. Una telefonata breve, giusto il tempo necessario per presentarci telefonicamente e accettare all’unisono il desiderio di incontrarci da lì ad una settimana. La chiameremo per comodità, Veronica. Prosegui la lettura…
Qualche tempo fa, credevo che la nuova frontiera dell’accoppiamento fosse l’appuntamento alla cieca. Niente di trascendentale o di ultra innovativo. Il tizio A convince gli amici B e C ad incontrarsi per la prima volta nel posto Y all’ora X. Risultato: se tutto va bene B e C si sposano. Nella peggiore, il tizio A litiga con B o C e nessuno rimane ferito.
Seguendo questa elementare quanto noiosa equazione, Steve (A), l’amico newyorkese di Marcello (A2), mi organizza un blind date (appuntamento alla cieca) con Souzanne (B). Una sua amica non giovanissima ma ancora di belle speranze. Io (C) non ho grandi difficoltà con la lingua inglese, ma in un appuntamento in cui si può parlare di tutto e di più, rischiavo di incartarmi e/o fare scena muta nei momenti salienti. Così Steve, per farmi sentire più a casa, organizza l’appuntamento tra me e Souzanne al ristorante italiano il Bagatto (Y) nel lower east side a Manhattan alle 9pm precise (X)
Souzanne è in ritardo di 5 minuti. Una qualità notevole per una donna. È carina, capelli ricci e rossi che le cadono sulle spalle, occhi azzurri e una carnagione chiara con qualche lentiggine. È originaria di Boston, dove risiede ancora la sua famiglia. Attraversava una fase professionale altalenante e anche per questo motivo riuscimmo a trovare punti in comune. Prosegui la lettura…
Era il 1997. Il Professore all’epoca girava per la Brianza con una Renault R11 grigia. Quell’auto è stata per anni l’ammiraglia di famiglia. La prima con i vetri elettrici, sedili avvolgenti e un motore generoso che erogava 48 poderosissimi cavalli. Considerando che l’avevamo dall’87, quell’auto aveva le carte giuste per diventare l’auto ufficiale del Martini. Ma come ho detto poche righe fa, il Professore ne era il pilota ufficiale. Grippò il motore alla soglia dei 170 mila chilometri. E per l’insetto scoppiettante non c’era più niente da fare.
Si vide all’improvviso costretto a scegliere e acquistare un’auto. Scelse una Clio Nouvelle nuova fiammante color vomito di ubriaco (o più propriamente detto, bordeaux). Matteo la battezzò simpaticamente, l’Aborto. Prosegui la lettura…
Con Mario bros., Final Fantasy e Resident Evil, abbiamo già avuto modo di vedere al cinema veri film tratti da videogames. E se il più popolare e meglio riuscito è quello dedicato alla pettoruta Lara Croft ciò la dice lunga sulla qualità del prodotto.
A dire il vero se la sceneggiatura di un videogame funziona ed è ben costruita, ci sono buone possibilità che un lungometraggio dedicato possa ritenersi un prodotto interessante. Di sicuro il gioco vale la candela. Innanzitutto il soggetto è già presente. Buona parte del lavoro è già fatta, si tratta solo di fare in modo che la storia attorno al soggetto abbia un senso (cosa comunque non facile). Un altro vantaggio è che se il titolo gode di un nutrito numero di fan il target è già subito che trovato e stai pur certo che i fan accaniti accorreranno al cinema per vedere il protagonista in carne ed ossa del loro eroe digitalizzato. Per non parlare del merchandising. Prosegui la lettura…
Cosa fate voi quando lasciate il vostro computer a non far niente? La maggior parte immagino che farà partire gli screen saver. Belli quelli superluminosi con effetti da hippie anni ’60. Oppure i più tenerelli avranno fatto una slide con le foto della propria prole. E i più tradizionalisti avranno l’orologio che gira da una parte all’atra.
Io li ho sempre odiati. Da buon pezzente che sono, quando non uso il computer, tendo a metterlo in stop per risparmiare. Tanto uno screen saver partirebbe quando mi allontano dal computer, che mi frega sapere cosa appare in quel momento!?
Ma da ieri il mio computer, è diventato uno strumento di ricerca per il SETI, l’organizzazione che dal 1984 invia segnali radio nel cosmo nel tentativo di trovare vita intelligente nell’universo (Arcore esclusa).
Per chi ha visto il film Contact, è quel posto sperduto dove lavora Jodie Foster.
Scegliendo il programma del SETI per l’appunto, il mio computer entra a far parte di del progetto SETI@home che utilizza i computer degli utenti di tutto il mondo sfruttandone la potenza di calcolo, ottenendo così un supercomputer in grado di realizzare la loro ricerca. Tutto questo si chiama Calcolo Distrubuito. Prosegui la lettura…
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