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Non vi aspettavate la terza parte vero? Ebbene, c’è anche una terza parte. D’altronde, io non ho mai detto che avrei parlato di lavoro e basta.
Ma parliamo di lavoro.
Mi ritrovo ancora una volta, come quel novembre 2008 a pensare e meditare sul mio futuro. Penso agli anni passati, alle scelte compiute e a quelle mai intraprese. Penso cosa sarebbe successo se fossi andato avanti con gli studi invece di accontentarmi del primo lavoro capitatomi. Penso a cosa sarei diventato se il mio ruolo di delegato marketing avesse preso piede. Forse sarei diventato più cinico e più attaccato ai soldi (???) o forse avrei semplicemente rimandato le lacrime qualche mese più tardi quando la ditta chiuse i battenti senza preavviso lasciando a casa i miei colleghi. Con nessuno di loro ho legato ma ho anche avuto poco tempo per farlo. Indubbiamente però, mi dispiace averli visti appiedati per colpa di un francesino incompetente e arrogante (esistono francesi differenti?).
Il 5 giugno scorso ho avuto la fortuna di partecipare attivamente ad uno degli eventi più belli che la Brianza abbia mai visto. All’interno del Visual Noise Festival, noi di AreaOdeon siamo riusciti a realizzare un cortometraggio animato proiettato su Villa Reale. Abbiamo racconto una storia sfruttandone la complessa architettura delle tre facciate a ferro di cavallo.
È stato un lavoro immane. Sei mesi di lavoro dall’idea di partenza. Ricordo le ore molto piccole passate a cercare le strumentazioni basate su pure e semplici teorie, visto che nessuno mai aveva realizzato un’impresa simile.
E poi ricordo il workshop con i ragazzi, tutti entusiasti e al tempo stesso increduli per quello che stavano realizzando. “No, non può funzionare.” si ripeteva qualcuno di tanto in tanto.
E poi arriva il 5 giugno. Dopo una giornata di 35° sotto il sole cocente, arriva il momento di AreaOdeon (a dire la verità con 40 minuti di ritardo).
E questo ne è il risultato:
Conoscevo quel video come le mie tasche ma guardarlo su un monitor e poi ammirarlo sulla villa è stato come vederlo per la prima volta. E fa niente se qualche video ha fatto cilecca o se non tutto è riuscito come volevamo. Nessuno se n’è accorto.
Una delle cose più belle alle quali abbia mai partecipato. E volevo condividerla con voi.
Ebbene si. È finita. È durata tanto questa avventura, otto lunghi anni.
Per otto lunghi anni la gente ha mostrato verso di me svariate reazioni nell’apprendere il mio apporto verso l’economia di questo paese. Qualcuno mi ha invidiato, qualcuno si è incuriosito, in tanti mi hanno (pre)giudicato e non pochi mi hanno evitato dopo averlo saputo.
Quando dici di lavorare in un Sexy Shop devi sempre pensare che chi ti sta ascoltando nella maggioranza dei casi non ha mai visto un negozio del genere. Quello che conosce sono solo una serie interminabile di luoghi comuni e pregiudizi. Pregiudizi, che poi diventa facile accomunare anche a chi ci lavora.
Non ho mai rivelato in questo sito la mia occupazione. La gente, anche se non lo ammetterà mai, ha il tremendo vizio di giudicare la gente per il lavoro che fa. Se sei un impiegato di un ente statale sei un raccomandato, se sei un insegnate sei un talento sprecato e se sei un carabiniere, invece, si inventano le barzellette su di te. Secondo l’ignoranza collettiva, i commessi di sexy shop sono suddivisi in due categorie: gay e viscidi pervertiti. E non essendo gay…
Erano gli anni ’80. C’erano i paninari con le loro Timberland e i loro Montclair smanicati, anche a ferragosto. C’era il cinema degli anni ’80, c’erano i cool Andrew McCarthy e Rob Lowe, lo sfigato per eccellenza Anthony Micheal Hall e la principessina che tutti amavano per la sua innocente dolcezza, Molly Ringwald.
C’era la musica negli anni ’80. Ragazzi che Musica! Duran Duran, Spandau Ballet, Tears for Fears, Wham! e mille altri fenomeni che hanno segnato la storia della musica mondiale, quasi tutti americani e inglesi. E poi c’era un’italiana: Sabrina Salerno.
Facciamo un passo indietro nel tempo. 1991.
In Finlandia parte la prima chiamata su rete GSM, nasce l’Unione Europea con il trattato di Maastricht e il mondo piange la scomparsa di Freddie Mercury. Ma il 5 settembre del 1991, gli adolescenti italiani tra gli 13 e i 17 anni in piena età puberale, incontrano le ragazze di Non è la Rai.
Da un’idea di quel Gianni Buoncompagni che con Arbore e la Carrà scrisse tra le pagine più importanti della radio e televisione italiana (la RAI), duecento ragazze tra i 14 e i 24 anni ridono e ballano tra le 14 e le 16 di ogni pomeriggio. Intrattengono il pubblico con canzonette e balletti di gruppo, rispondono alle lettere dei fans e mandano bacini alle telecamere.
Un fenomeno di costume televisivo senza pari. Una vetrina senza senso di giovani e future starlette in cerca di fama, abili cantanti in playback con voce prestata dalle cantanti di professione che forse non bucavano abbastanza lo schermo. Non c’era malizia, non si parlava di sesso o di tradimenti, non ci si arrabbiava e, soprattutto non ci si inventava delle storie interessanti e scabrose per finire in tivvù. Moltissime di loro ce le ritroviamo oggi, a distanza di 17 anni, a fare le vallette, le attrici, le cantanti (questa volta vere).
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